Modello reality show ipersecuritario

Fa sempre una certa impressione osservare come temi di enorme importanza e di grande complessità vengano sempre più spesso dati in pasto ad un carniere osceno fatto di semplificazioni e demagogia che costituisce il primo fronte della propaganda politica di destra in questa città.
Che il quartiere di San Miniato, dove ho vissuto per diciassette anni, finisca sulle pagine dei quotidiani per atti vandalici che costantemente turbano il quieto vivere e che altre volte, fortunatamente non così spesso, arrivano persino a mettere in pericolo l’incolumità della popolazione, non è una novità. Potrei persino elencare, per come si succedono nella mia memoria, almeno altri due eventi molto simili accaduti negli anni passati. Ma trasformare questo elenco nella caricatura grottesca di un bollettino di guerra volto al solenne obiettivo di gridare allo scandalo, al quartiere “Bronx”, al pericolo banlieues , oltre a fare un grave torto agli abitanti del quartiere, comporta una volontà chiara di non affrontare il problema.
San Miniato è nato come quartiere dormitorio, annegato nel grigio cemento, privato di qualsiasi forma di crescita sociale e culturale collettiva, dotato dei soli servizi “essenziali” che alimentavano un confine sempre più evidente con il resto della città. Dalla sua nascita sono trascorsi molti anni accompagnati da cambiamenti profondi, da una trasformazione in embrione importante che ha mutato, oltre alla geografia del quartierte, anche la sua mappa sociale. A questo hanno sicuramente contribuito la costruzione della residenza universitaria, della chiesa e dei locali della parrocchia di Don Sergio, del nuovo centro commerciale, persino del polo Monte dei Paschi che apriva alla prima inversione di “traffico” rispetto al quartiere, individuandone uno, in entrata, che non rappresentava il ritorno a casa, nel dormitorio, ma che avviava una vita lavorativa, produttiva, all’interno di quel territorio.
Questa trasformazione si è poi interrotta bruscamente, nell’ incapacità di riconoscere il mutamento in atto. In un quartiere abitato e frequentato da tanti giovani non esiste un locale aperto oltre le otto di sera, non un pub, una pizzeria, un ristorante. Niente.  Strade deserte e saracinesche abbassate. Un vuoto che riguarda il modello stesso di vita a cui allude questo tipo di organizzazione urbanistica: lavoro/casa/lavoro, figlio di un pensiero disumanizzante sconfitto ovunque se ne sia tentata l’applicazione.
Un vuoto che non si colma e non si può colmare con più polizia o con l’istallazione di telecamere ad ogni angolo. Si tratta di trasformare la forma stessa di quel quartiere, di costruire spazi di emancipazione per chi vive ancora situazioni di forte disagio e luoghi di svago, di produzione culturale, di incontro, che facciano del vivere collettivo e quotidiano l’unica forma di autotutela possibile. Non strade deserte controllate da uniformi e telecamere, ma strade vive, attraversate da tante persone che vogliono imparare di nuovo a conoscersi.
La proposta che faccio, che fa il circolo di Siena del Movimento per la Sinistra / Sinistra e Libertà, è la costruzione di un tavolo pubblico, circondato da assemblee di quartiere aperte, che metta all’ordine del giorno la discussione sul modello di vita e di abitabilità che si vuole costruire e che impegni le istituzioni ad agire poi nel senso scelto, senza gabbie o porte blindate ma con la voglia di ricostruire il nostro stare insieme.

Alessandro Francesconi
Portavoce del Circolo di Siena del Movimento per la Sinistra / Sinistra e Libertà

(pubblicato sul Corriere di Siena, venerdì 16 ottobre)

Rispondi