Happy new fear

Questa volta non ci saranno post di fine anno di nessuna sorta su questo blog: niente sterili auguri scritti in sequenza, in una catena di montaggio che si ripete ogni volta nel rito disumanizzante delle festività nell'epoca del consumismo che implode su se stesso. Scriverò qualcosa di più accettabile e accettato (forse) quando saremo già tutti e tutte dentro un duemilanove che oggi riempiamo di speranze, anzi di una speranza già sconfitta, quella che vorrebbe il nuovo anno migliore, diverso da quello passato. No, non sarà così neppure stavolta. Non riempitemi caselle di posta e telefono cellulare di messaggini anonimi in cui mi augurate tanta gioia e felicità. Grazie, ma ho scelto tanti anni fa di credere che la gioia e la felicità ce la dobbiamo conquistare e penso ancora che sia così, a maggior ragione oggi, mentre addentiamo panettoni e cotechini infarciti di indifferenza, mentre a Gaza si muore uccisi dal disinteresse apatico di un mondo che fuori dai buonismi non è più capace, se mai lo è stato, di vedere la sofferenza che satura l'aria. Quindi fanculo a tutti gli auguri, battiamoci i piedi nel culo ed iniziamo a correre se questo duemilanove lo vogliamo davvero un po' diverso. Incollo qua sotto le uniche righe di inchiostro che in questi giorni mi appaiono sensate: la lettera di Barghouti che cerca ancora di farci riflettere un po'.

*

 

* il ragazzo che guidava questa jeep quando è stato ucciso aveva due anni meno di me. Gli altri tre, la mia età. La loro colpa era quella di essere nati a Jenin, nel nord della Palestina. Li chiamavano terroristi. 

 

Ramallah, 27 dicembre 2008.

E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.
Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di
concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la
differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i
bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano?
Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala
operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili – ma come si chiama,
quando manca tutto il resto?

E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un
attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.
La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro
razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato
naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili – e
d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che
chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le
leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale,
una forza combattente? – se nei documenti ufficiali siamo marchiati come
entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?
Se l'obiettivo è sradicare Hamas – tutto questo rafforza Hamas. Arrivate
a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei
caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia – ma quale
altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa.
Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma
tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a
questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e
contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il
coraggio di disertare – non è un attacco contro il terrorismo, questo,
ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili
stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per
assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa – la
racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.

E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi
processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui
parlare. E effettivamente – e ma come potrebbero mai averlo, trincerati
dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto – perché mai
dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione
di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a
noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in
cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa
minare la fiducia tra le parti, come – testuale – gli attacchi contro i
civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un
crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un
processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le
terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti
allargati – perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La
fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti
gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione?
Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui
vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza.
Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine,
verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a
vita – solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei,
americani e anche gli arabi – perché dove è finita la sovranità
egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? –
siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione – e
parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come
sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti,
vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori,
rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi,
domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse?
delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi – no, non la
generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia –
sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete – e neutrali ogni
volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori –
no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele
passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più
pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un
ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita,
oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita
tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima
razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine
gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto,
sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah
chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo,
ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero
unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna
autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo
apartheid – e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane,
tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni
delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico
formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo
collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori.
La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio,
il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un
altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

Mustafa Barghouthi con Francesca Borri
 

Rispondi