Giugno alla deriva

 

Tenuto a distanze siderali dalle spiagge a causa del maltempo atmosferico e politico che annebbia una quotidianità ormai stanca, leggo sulle pagine del corriere.it la cronaca spenta della manifestazione "no war" a Roma che prova, con un filo di fiato, a dire che Bush non ha cittadinanza. 

Quattro anni fa, forse il 4 giugno se ricordo bene, anche i miei piedi calpestavano l'asfalto bollente della capitale. I miei piedi insieme a quelli di altre duecentocinquantamila persone. Gruppi di affinità un po' improvvisati vivevano una grande festa fatta di opposizione reale, di blocchi stradali che ricevevano la solidarietà degli automobilisti, di bandiere della pace che coloravano il mondo. Mille azioni, il corteo, i sorrisi. L'allegria e la determinazione e, ancora più importante, l'eterogeneità eletta a valore collettivo. L'esaltazione delle nostre diversità segnava un' alterità riconosciuta rispetto ai potenti ed al loro mondo fatto di guerre e potere.

Lo scorso giugno invece scesi dal treno a Roma Termini in un clima già trasformato. Sulle spalle uno zaino pesante che aveva attraversato Rostock e le sue giornate confuse, di un sapore non definibile. La notte in bianco davanti alla stazione Centrale di Milano ed il viaggio verso Roma per dire di nuovo a Bush "noi non ti vogliamo".

Termini era blindata. I giornali riportavano la rottura di Rifondazione e la sua partecipazione negata al corteo. Dentro ai bar, davanti a bibite ghiacciate e caffè bollenti a cui non sappiamo rinunciare nemmeno nell' afa boccheggiante dell' estate, gente di ogni tipo discuteva di nuovo di questo americano "padrone del mondo" che per visitare un luogo lo trasformava in una città fantasma blindata svuotata della sua energia, del caos e del colore che la animano ogni giorno. Ma non si spendevano parole sulla guerra e la violenza, sulla follia omicida che spazza il medioriente ed il resto del mondo. Erano lamentele. Lamentele para-condominiali. La strada sotto casa chiusa, il divieto di sosta invadente, la piazzetta chiusa al traffico.

E quel corteo buio dove si aspetta solo il protagonismo estremo di qualcuno, un sasso lanciato, la prospettiva che si annichilisce sugli scudi della polizia. Cinquantamila, un quinto rispetto a tre anni prima. Cinquantamila sguardi indagatori. Il diverso non può attraversare gli spezzoni costruiti come contenitori stagni. Disobbediente, anarchico, di rifondazione, giovane comunista, nordestino… diventano etichette che separano, non c'è nulla da mettere a valore, solo diffidenza e scontro.

Quest' anno da Piazza della Repubblica si sono mossi in duemila. La sinistra, sedicente tale, aliena a tutto sforna solo presenze che costeggiano il corteo in cerca di telecamere e microfoni. O di contestazioni alla loro persona di cui poter parlare poi per saturare la stampa che non guarda. Che non ci guarda. E non è più costretta a vederci perchè non ci siamo. Perchè non siamo. 

Il mondo va a puttane e noi implodiamo nella crisi, incapaci di raccontarci una sconfitta con le parole che conosciamo, incapaci di essere quello che abbiamo imparato, quello che pensavamo di esser diventati in questi anni.

Io passo le giornate dentro un congresso che morde una comunità che si è persa, non offre strade, vie d'uscita, prospettive. E' però un nodo fondamentale da sciogliere per sapere chi, in questo paese alla deriva, ricostruirà l'alternativa. Avanzo confuso, passo su passo, certo solo che sarò fra quelli che lo faranno. 

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