Fase 3 – Nella giungla di betulle

Quando decidi di andare all'Ikea, non importa che mese dell'anno sia, sono sempre almeno cinquanta gradi all'ombra (e intorno al tempio della mobilia svedese di ombra non ce ne è). Quando esci da lì, non importa che tu abbia considerato ogni misura, o che ti sia lanciato in complicati calcoli in metri cubi per assicurarti che tutto ciò che hai acquistato riesca ad infilarsi nell'auto che dovrà riportarti a casa: o sei un drago a giocare a tetris o sei spacciato. Due elementi così delineano già di per se l'esperienza come una sorta di battaglia epocale dura da combattere. Se poi si aggiungono le tentazioni che si sommano nei momenti di crisi, il trasporto a basso costo, il portapacchi universale da comprare alla cassa, il montaggio a pagamento, che rischiano di vanificare drammaticamente ogni briciolo di risparmio duramente conquistato in una giornata di acquisti smodati, il quadro è completo. 

Per questa spedizione nella giungla di betulla mi stavo preparando da giorni. Tutto l'indispensabile era stato tolto dall'auto, avevo controllato sul libretto della Ford le capacità di carico a modulazione completa (praticamente togliendo anche lo sterzo) e avevo redatto, come il più ligio dei ragionieri una lista puntualissima di tutto ciò che mi serviva. Ammetto di esser stato tentato anche da qualche seduta di psicanalisi che mi aiutasse a costruire un mantra efficace per tenere a distanza la voglia di acquistare le mille candele profumate nascoste dietro ogni angolo. 

Le buone intenzioni, l'idea di acquistare "sololostrettoindispensabile", crollano velocemente davanti ai mille accessori, al design accattivante, al costo spesso irrisorio… il primo obbiettivo è il tavolino da fumo, uno di quei tavolini bassissimi da mettere in salotto nel mezzo ai divani, decisamente necessari se non si vuol rinunciare a lividi negli stinchi e bestemmie continue ogni volta che ci si alza dalla poltrona. Il fortunato si chiama "Expedit", e dopo che l'ho acquistato gli svedesi l'hanno tolto dal sito. 

Il sentiero di guerra costringeva i miei passi attenti verso la zona notte, per acquistare letto e materasso. Mentre mi muovevo, scaltro come un vietcong durante un agguato, cedevo con regolarità alle candeline Tindra (di cui sopra) in grado di intossicare anche i migliori polmoni mentre rincoglioniscono il malcapitato con ottomila colori e gusti improbabili che vanno dalla fragola alla torta alla panna (!). Giunto davanti alla struttura letto Hopen non ho avuto dubbi (in realtà c'erano giorni di meditazione dietro), mentre sull'annosa questione doghe/materasso i pensieri si sono ingarbugliati fino a formare una nube pericolosa e dura da diradare. Lattice, schiuma, schiuma di lattice, molle, stoffa, alto, basso, sottile, medio, da centoquaranta o da centosessanta (o da centottanta??) e il cervello va in corto. E le doghe poi! Quaranta nomi incomprensibili che sembra il catalogo in lingua originale della Findus, cento materiali diversi, betulla, rovere, con contorno in acciaio… eccheccazzo! Dopo mille prove, schiantandomi su ogni rete, gettato su ogni materasso, in un sali scendi da capogiro, alla fine abbiamo risolto così: Sultan Elsfjord e basi a doghe Sultan Lade, dure come il travertino per non farmi rimpiangere la rigidità del mio lettuccio attuale. 

Carico di fogli e fogliettini con appunti improbabili, che avrebbero poi avuto l'onere di disegnare la mappa capace di condurmi nella selva di scaffali del famigerato self-service al piano di sotto, scendo le scale e mi ritrovo nel paradiso degli accessori: asciugamani compressi accatastati in scaffali colorati che costruiscono fantasie cromatiche da attacco epilettico immediato, forchette e coltelli, sfusi ed in set da ventiquattro, che sembrano tutti uguali ma a guardare bene bene… accappatoi (un immenso xl finisce nel mio carrello), beautycase, aspirapolvere, valige e valigette (una in più non fa mai male), bicchieri, piatti, tappeti e tappetini: kaos.

Esco con il carrello pieno come una 500 allestita per la Parigi-Dakar: dentro ci sono un coprimaterasso ed un paio di lenzuola nere, un altra accoppiata rossa, un copriletto con una fantasia che sembra il salvaschermo del mio Mac (accettate la descrizione e usate l'immaginazione), dieci cuscini per il divanetto, un cuscino per il letto che un cartello definisce come "il compagno ideale per chi dorme a pancia in giù" (boh!), un bidone che sembra quello del pazzo che spala la neve in Mamma ho perso l'aereo e che io invece userò come cesto della biancheria in bagno, pentole e padelle a non finire, un set di piatti nero lucido, qualche porta-candele, una piantana, due tappetini da bagno, uno specchio ondulato e non so cos'altro. Sicuro che molta di questa roba, quando la ritroverò in fondo agli scatoloni, il giorno del trasloco, sarà come vederla per la prima volta, mi avvio verso l'uscita.

Più che le casse di un magazzino di mobili ed accessori per la casa sembra l'A1 in pieno ingorgo di ferragosto: i più audaci impazziscono davanti alle casse automatiche, si imbrogliano davanti al computer, passano ore a cercare il codice a barre sulla scatola del prodotto e maledicono il cartello sopra le loro teste su cui, beffarda, campeggia la scritta "cassa veloce". Tutti gli altri invecchiano guardando in lontananza una commessa che lentamente batte le dita sui tasti del registratore davanti a lei. Annoiata dai foglietti dei buoni sconto da 5 euro, dalle cartine Ikea Family, dalla ripetitività orrenda di uno sfruttamento sadico e quotidiano.

All'uscita mi aspettano i volontari di GreenPeace (?), i facchini semiabusivi che cercano di raccimolare qualcosa, i cinquanta gradi di cui sopra che non aiutano di certo. Il primo carico della macchina serve solo ad arrivare fino al deposito e, naturalmente, a farmi grondare di sudore come Coppi negli ultimi cento metri. Non so come mi ritrovo davanti al deposito, con un materasso arrotolato che non riesco neppure ad abbracciare mentre guardo sconsolato un'auto troppo piccola per contenere tutta quella roba. Passa più di un'ora e mezza e, dopo aver provato quattro combinazioni differenti mi ritrovo dentro un magazzino con le ruote stracolmo di roba che minaccia di crollarmi addosso alla prima curva. Il risultato è indescrivibile senza le foto, ve ne lascio quindi una qui sotto per capire meglio cosa abbia voluto dire questa fase 3.

 

One comment

  1. admin ha detto:

    Ovviamente un ringraziamento speciale per avermi aiutato a sopravvivere a questa dura prova va alla mia splendida ragazza che quella sera si è trasformata in Wonder Woman (ma si scrive così???) ed ha portato tutta quella roba in casa con me.

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