Rabbia e amore, perchè muovono il Mondo. Rabbia e amore perchè adesso ce ne è davvero bisogno. Senza rimane solo l'indifferenza in cui anneghiamo ogni giorno, che ci spinge davanti al baratro che solo in pochi guardiamo spaventati. In questo blog non ci saranno risposte. Solo il tormento dubbioso di chi ogni giorno muove i suoi passi cercando le giuste domande.

Storia della fine di un sogno

Il sogno è nato, ufficialmente, diciassette anni fa, nel 1991. Per me, però, ha preso forma solo nel millennovecentonovantotto, quando la strada scelta guardava camminare a braccetto politica ed innovazione. In quell'anno mi sono iscritto a Rifondazione Comunista. Avevo appena compiuto quattordici anni e dentro quella sede di partito mi sentivo confuso e a disagio, ma vedevo anche che qualcosa stava mutando: si percepiva un pensiero nuovo ed il suo insinuarsi nei cardini arrugginiti di una discussione ferma da secoli. Sentivo la voglia di andare avanti, di capire il presente per esser di nuovo capaci di trasformarlo.

Lottavamo in quella federazione semi-deserta per parlare dell'onda che sentivamo arrivare. Nemmeno "globalizzazione" era ancora una parola certa, si faceva fatica ad affermarne il senso. I venti di Seattle, là dentro, arrivavano come soffi deboli ed impercettibili. Poi c'è stata Napoli, Genova… e tutto ha preso forma. Le grandi manifestazioni, le nottate passate al telefono svegliando mezzo mondo con una sola frase "hanno attaccato l'Iraq, domattina blocchiamo la città"… 

Dieci anni dopo c'è la sala di un palacongressi divisa in due come il partito di cui si sta svolgendo il congresso. C'è un solco profondo che divide la platea dei delgati, un abisso freddo. L'intervento di Maurizio Acerbo è il primo a dare la cifra dell' attacco diretto alla nostra cultura politica: il populismo più bieco si mischia a citazioni superficiali, si rispolvera, davanti a facce incredule, il ruolo dei Maestri e le loro presunte facoltà precognitive. Poi i brividi aumentano, si mescolano con la rabbia, quando il primo firmatario della mozione uno consiglia ai giovani comunisti "un po' di libri per capire il valore del comunismo".

Chianciano è il segno netto della disgregazione di una comunità. Lo sono i canti da stadio e "Bella Ciao" usata contro i compagni e le compagne che hanno sostenuto un' altra opzione politica. Chianciano è la presa del potere che per raggiungere il suo scopo mette da parte la prospettiva politica. Unire trotzkysti, crippiani, grassiani, ferreriani, stalinisti, pegoliani, autoconvocati, duri e puri ed alienati d'ogni sorta per conquistare la segreteria di un partito è follia. Una follia che si descrive con una frase al termine di un bell' intervento: "vi tenete il simbolo e buttate via un partito".

Dopo quattro giorni passati così, fra plenarie e colloqui, riunioni d'area e di delegazione, mangiando poco e dormendo ancora meno, resta solo un fisico debilitato e una mente confusa. Trovo una difficoltà incredibile nel tentativo di scrivere e descrivere ciò che provo in questo momento e ciò che ho provato mentre lo tsunami ci investiva. Dirò intanto che per me è stata "la più bella sconfitta della mia vita" (come dice Nichi) perchè non ci siamo fatti trasformare da quella corsa al potere, non abbiamo messo da parte le nostre idee per scambiarle con delle poltrone ed ora la storia può continuare da vero. Certo, ci saranno mille difficoltà: costruire l'assemblea del 27 settembre sarà difficile ed il suo esito non è scontato, ma adesso possiamo tornare a far politica, quella vera che ci ha accompagnato per tutta la vita. Quella politica che ripudia le stanze e la loro freddezza e che non può prescindere dal sentimento e dall'emozione. Quello stare insieme in mezzo alla gente che tanto ci è mancato in questo drammatico duemilaotto.

Dopodomani partirò con Andrea: due settimane in giro per la Romania e l'ultima da trascorrere in Moldova e Transnistria per mettere in piedi un reportage completo capace di raccontare cosa accade dentro la fortezza europea. Domani anche io, come Ale, mi taglierò la barba, per provare a lasciare sul mio corpo il segno di un cambiamento che non sarà simbolico ma vero e concreto in ogni sua forma. 

Il pugno nello stomaco è arrivato inaspettato, ci ha tolto il fiato e ci ha lasciati in ginocchio sull' asfalto. C'è da ingoiare il groppo che ostruisce la gola, stringere i denti, fare l'ultimo, dannato respiro e scagliarsi ancora avanti. Da domani ricominciamo davvero.

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Assente giustificato

Proprio così. Assente dal mio blog da quasi un mese perchè non trovo il tempo di scrivere due righe che abbiano un senso e incapace di scrivere perchè proprio quel senso mi sfugge. Mi sfugge mentre vivo schiacciato fra il dolore di una comunità che non esiste più, un partito che da in pasto ai quotidiani vicende tristi che diventano "storie da ombrellone", un congresso raccontato attraverso numeri immessi e cancellati, annullati o aggiunti, che trasformano uno scontro duro che riguarda migliaia di persone, in una triste e asettica Matrix della sconfitta. E non ci sarà nessun Morpheus o Neo a salvarci, dobbiamo trovare da soli la forza di guardare fuori, al mondo vero, reale, senza perdere la voglia di cambiarlo. 

Scrivere di ciò che accade in questi giorni nel nostro paese è diventato impossibile oltre che stancante. Ci pensano già i media a banalizzare tutto: le impronte ai bambini rom, l'opposizione soft che non si oppone, "Tonino Di Pietro che infiamma la piazza" (Corsera). E' il fascismo che non ha bisogno di essere zen per permanere. 

Allora, fra congressi fatti in luoghi sconosciuti, serate che mi (anzi "ci" perchè il povero ciocci mi accompagna sempre) vedono, smarrito, sbagliare strada cento volte prima di ritrovare quella di casa, l'unica cosa di cui ha senso parlare è il piano di fuga preparato per agosto: la Romania.

Mi autoesilio verso un cammino che sarà lungo e incasintato a scoprire la terra che questa Italia alla deriva attacca giorno dopo giorno. E confesso che già leggendo una scleratissima Lonely Planet che mi sono comprato mi sto già innamorando di luoghi e paesaggi che tento di immaginare. Tenteremo di attraversare ogni regione con il nostro zaino in spalla e la macchina fotografica sempre a portata di mano in un viaggio che mi serviva da tempo e di cui ora sento davvero la necessità. Non so molto altro, almeno fnchè non riuscirò a bloccare il Ciocci davanti ad una cartina geografica decente e non ci inventeremo un minimo di itinerario… seguiranno futili aggiornamenti :-)

"… vivendo nei sogni, crescendo nei viaggi" (Assalti Frontali)

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Io sono qua. Non sono solo.

 

Continuo a dire che è ancora presto per fare un' analisi reale di ciò che è accaduto. Continuo a dirlo cosciente del fatto che per buona parte ormai è tardi. Consapevole che quando la testa si sarà raffreddata, ad esser messo in discussione dovrà essere un intero impianto di pensiero con le sue chiavi di lettura, i suoi strumenti e le sue certezze. Le sue certezze… già. La prima cosa che veramente dobbiamo e dovrò riuscire a cancellare. Pensare zapatista è la prima risposta per cercare domande utili a trovare le risposte. Camminare domandando non come slogan ma come pratica quotidiana.

Siamo fermi, chiusi su noi stessi. Una comunità in lacrime che osserva un corpo in coma che non vuol farsi cadavere. Dentro Rifondazione adesso si parla di congressi e mozioni, di schieramenti e tesi. Io mi domando ogni giorno se questo mio partito possa essere ancora lo spazio politico comune da cui ripartire per costruire la sinistra. Ed ogni volta mi rispondo che ancora, non so per quanto, lo è. Sento il dibattito farsi sempre più superficiale, non aspro, barbaro. Vedo i fogli imbrattarsi di nuovo di schemi e calcoli, buoni per contarsi e rimaner fermi. Eppure, lo so, tristemente necessari.

Fuori qualcosa si muove, lento. Un popolo dormiente si risveglia pian piano, fa i conti con le ossa deboli, con i muscoli intirizziti dal letargo. E' un popolo variegato, nel voto e nel pensiero. Gente che non incontravi da anni, magari dopo che anni fa li/le avevi visti sparire, stanchi, disillusi, annoiati, critici. Erano scomparsi così, dietro un altra frangia o in una "vita privata" che non sempre aveva chiari confini. Oggi tornano con gli occhi gonfi di un' energia strana e da un' ombra di paura. Non c'è divisione o riposo anelato che valga l'azzeramento della semplice possibilità di costruire un' alternativa all'imposizione del pensiero unico.

Braccia che ieri si allontanavano oggi ritornano ad abbracciarsi. Quelle braccia parlano, raccontano della voglia di tornare a lavorare unite per costruire, pezzo per pezzo, qualcosa di diverso. Non di migliore. Semplicemente qualcosa di buono. 

Ma qua fuori c'è anche un' Italia cambiata. Una società che trasuda oggi tutte le trasformazioni che ci siamo raccontati, senza comprenderle fino in fondo, negli ultimi dieci anni. All'apertura mattutina del browser, sul mio mac è apparsa la faccia del prossimo ministro dell'Interno: Maroni (!). Sui giornali si parla con naturalezza dell' istituzionalizzazione delle ronde cittadine, quelle, per capirci, che organizzavano gruppi razzisti nel nord-italia in milizie con pretese paramilitari, liberi di scorrazzare per le strade di tante città in una tremenda caccia al diverso; anzi, per punire le diversità. Si ricercano minuziosamente fatti drammatici di cronaca nera da sottoporre ad una strumentalizzazione bieca: uno stupro, un omicidio, una legge ad hoc già pronta

L'alternativa scompare, non ha voce. Chi si difende, da Roma, propone braccialetti elettronici per riaffermare la città gabbia della società del controllo e della paura. Per le strade si respira un' aria incerta. Anche per le strade della mia città che mai, fino ad oggi, avevo sentito così distanti da me. A Siena ci sono meno di 400 voti di distanza fra la Sinistra Arcobaleno e quelli della Destra e di Forza Nuova. Quattrocento voti. Quasi nulla. 

Abbiamo avuto paura di sentirci soli nel terrore di evaporare conseguentemente alla vaporizzazione del consenso elettorale. Abbiamo avuto voglia di fuggire, subito. Fare i bagagli verso qualcosa di "meno peggio". Ma stiamo anche rialzando la testa. Con il fisico a pezzi, da questa stanza di una città che non è mia, accelero il passo di un cammino che voglio intraprendere. Io sono qua, non sono solo. Voglio vincere con voi la sfida VERA che ci aspetta: ricostruire l'alternativa.

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